No pubblicità

Un collega mi comunica via e-mail che la sua agenzia di pubblicità ha cambiato sede e mi invita ad andare a trovarlo. Lâ’€’™indirizzo corrisponde ad un più che dignitoso palazzo inizio novecento, appena fuori dalla prima cerchia dei Navigli.

Nellâ’€’™androne, incastrata nel muro di fronte alla guardiola del custode, noto lâ’€’™imponente struttura di legno e ottone delle cassette postali, ma a colpirmi è la targa di plastica giallina con la scritta â’€’œNO PUBBLICITÃ’€â’€’.

Dedico il tempo necessario allâ’€’™ascensore per scendere al pianterreno e per risalire al sesto piano, dovâ’€’™Ã¨ lâ’€’™ufficio del mio amico, a riflettere sulle due parole: â’€’œNOâ’€’ e â’€’œPUBBLICITÃ’€â’€’. In primis penso a quel NO: parola olofrastica, che può anche essere letta come lâ’€’™acronimo di â’€’œNessuno Osiâ’€’.

In molte locuzioni sintetiche, frequenti nel nostro linguaggio scritto, tipo â’€’œNo Fumatoriâ’€’, â’€’œNo Camperâ’€’, â’€’œNo Caniâ’€’, il monosillabo assume il tono perentorio di divieto assoluto. â’€’œNessuno Osi!â’€’ Perché, chi osasse, potrebbe essere sottoposto a pesanti sanzioni.

Ora, minacciare pesanti sanzioni a qualcuno che mette volantini nella cassette della posta, alla stregua di uno spacciatore di droga, mi sembra unâ’€’™esagerazione, quasi una cattiveria. Lâ’€’™ascensore sale molto lentamente e ho tempo per ragionare sullâ’€’™oggetto della negazione, la Pubblicità.

Wikipedia la presenta così: â’€’œâ’€¦Forma di comunicazione a pagamento, diffusa su iniziativa di operatori economici che intende influenzare i comportamenti e le scelte degli individui riguardo al consumo di beni e allâ’€’™utilizzo di serviziâ’€’.

Se la signora Naomi Klein, autrice del molto discusso â’€’œNo Logoâ’€’, fosse qui, anche lei in ascensore, certamente non approverebbe lâ’€’™asettica defi nizione dei wikipedisti e sosterrebbe che la pubblicità, mixata con tutti gli altri ingredienti del mercatismo, rappresenta uno dei mali assoluti della nostra epoca.

Si può essere più o meno dâ’€’™accordo con lei; personalmente ritengo difficile che i condòmini di questo palazzo, riuniti in assemblea plenaria, abbiano deciso di appendere il cartello intimidatorio perché convinti dalle tesi della signora Klein.

Non essendo esperto di dibattiti condominiali non posso formulare ipotesi alternative, ma è probabile che la decisione sia stata presa per motivi di â’€’œdecoro ambientaleâ’€’. Gli stampati pubblicitari messi nelle cassette della posta â’€’œfanno disordineâ’€’.

Ai signori condòmini poco deve importare se questa forma di comunicazione, così naif e popolare, in certi casi può avere una sua funzione sociale. Quella di indirizzare i consumatori meno abbienti verso i negozi che fanno le off erte economicamente più vantaggiose, per esempio. Lâ’€’™ascensore si è fermato al sesto piano.

Esco sul pianerottolo dove mi viene incontro una ragazza che non conosco, seguita a ruota dal mio amico che mi accoglie festante. Ho visto quel cartello giù in portineria, gli dico, maligno. Ce lâ’€’™hai messo tu? Lui allarga le braccia e risponde: Sapessi le discussioni, ma cosa potevo farciâ’€¦mi sono dovuto arrendere alla maggioranza. Amen.

Bruno Zerbini

bruno@brunozerbini.com

Fondatore della Bruno Zerbini & Partners, è stato international creative director presso Pubbliregia house agency di Ferrero e vice presidente Unicom. 

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