SI RICOMINCIA? DA DOVE? E COME?

Certo che si ricomincia. È quello che succede ogni giorno. Per questo sarebbe meglio dire che si continua, perché il passaggio da un anno ad un altro è solo una convenzione condivisa mentre, appunto, tutto in realtà continua. Ma il punto è come? Soprattutto da “oggi”, visto che convenzionalmente abbiamo stabilito che sta iniziando un nuovo anno. Come continuare quindi? Abbiamo ricevuto uno stimolo a farlo in modo diverso. Lo abbiamo ricevuto forte, ma la retorica dei buoni propositi per il nuovo anno stenta a cancellarsi dai profili di chi produce o fa produrre comunicazione commerciale. E di conseguenza anche dai profili -e comunque dagli intenti- di tutti coloro che dalla comunicazione commerciale dipendono o per mestiere o perché la ritengono un modello ispiratore attendibile e credibile per i propri consumi e comportamenti. Almeno fino ad oggi, a nulla pare essere servita la prova di forza messa in atto da un piccoletto praticamente invisibile e tuttavia capace di farci riconsiderare abitudini e modi di pensare che pensavamo immutabili e scontati fino a pochi mesi fa. Certo le cose inerenti la nostra salute miglioreranno per merito di chi si occupa di cose serie, ma ci vorrà del tempo. Tuttavia questo scappellotto arrivatoci a livello globale dal Covid, se a qualcosa è servito facendoci reagire in modo più o meno assennato, dall’altro osserviamo che, in generale, la reazione è tutta orientata a ricostruire esattamente come prima. Osservatelo, stiamo inseguendo il nostro “prima” come una condizione verso cui tornare senza modificarlo seriamente. Ci disturba dover cambiare perché non siamo abituati a riflettere sugli effetti dei cambiamenti. Pensiamo troppo spesso che il cambiamento sia negativo rispetto a quello che già sappiamo fare. Facciamo fatica a rivedere i nostri modelli di consumo e di comportamento anche davanti ai disastri che proprio i nostri modelli provocano. Siamo talmente piccoli che non ci accorgiamo delle cose enormi che accadono o, meglio, che provochiamo. Chi mi segue sa che voglio arrivare a dire che è il momento giusto per fare le cose diversamente. Inclusa la comunicazione che fino a ieri (anche oggi ahimè) veniva (viene) intesa come luogo di espressione dei creativi per presentare l’esistenza di un prodotto, senza però curarsi né dell’impatto di quel prodotto sulle vite vere delle persone, né dell’impatto che la stessa comunicazione per “esso” pensata può avere sulla cultura di chi ne assorbisse i contenuti oggettivamente pensati per tutt’altro scopo che per far progredire il pensiero critico e la consapevolezza degli individui. Detto questo, su cui certo tornerò spesso, mi chiedo per quale arcano e bizzarro motivo chi (sto parlando di me e di altri che agiscono come me) prende posizione in favore delle persone definite “consumatori” e che -in loro vece- oppone obiezioni e critiche alle imprese e al loro modo di comunicare o alla qualità dei loro prodotti, debba sentirsi catalogare come “scomodo” (dalle aziende ovviamente e da chi le serve) e da criticare a sua volta? Le aziende non hanno forse come obiettivo la soddisfazione del cliente? Non cercano forse la sua fidelizzazione? Non spendono forse enormi quantità di denaro per “cercare” di collocare quanto sono in grado di produrre? Se arriva qualcuno che indica loro gli errori, le incongruenze, i passi falsi, i cattivi consiglieri, i contenuti evitabili e le strade più opportune da percorrere in alternativa a quelle in atto … non dovrebbero le aziende fare ponti d’oro a costoro, invece che continuare a pagare troppo multinazionali della comunicazione producendo immondizia firmata e occupando ogni spazio visibile? Troppe aziende sono come abituate a percorrere strade predeterminate di spesa (investimento?). Predeterminate da chi? Semplice e sottostimata la risposta: da altre aziende il cui prodotto sembra essere la creatività, quando è invece più la mediazione del costo degli spazi disponibili da occupare con qualche immagine o messaggio più o meno discutibile. Quando le aziende cominceranno a chiedersi perché devono così spesso reiterare i loro spot e perché, oltre alla reiterazione, debbano anche così spesso rifarli e ricominciare daccapo? Non è forse a causa del fatto che certa comunicazione -pagata cara- non funziona e ha sempre meno senso? Parliamone.

Pietro Greppi

ethical advisor e fondatore di Scarp de tenis

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it

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